Non dobbiamo chiederci se le macchine intelligenti possano avere delle emozioni, ma se tali macchine possano essere intelligenti senza di esse[1]


[1] Marvin Minsky, “La società della mente”, 1985

Fino a qualche anno fa non si dava importanza allo studio delle emozioni nello sviluppo delle risposte artificiali delle ‘’macchini pensanti’’. Recentemente si è però scoperto questi ‘’calcolatori affettivi[1]’’ che sono in grado di riconoscere, esprimere e generare progressivamente emozioni umane si è avuto quindi la possibilità di assegnare alle macchine l’abilità di intelligenza impressionabile e un giorno, determinate “risposte oggettive e standardizzate, potrebbero definire dei comportamenti superiori a quelli umani”.

Numerosi studi[2] dimostrano come i computer, grazie all’acquisizione e l’elaborazione delle centinaia di migliaia di informazioni relative al volto umano e ai suoi movimenti, imparino a riconoscere nei volti reali delle persone sentimenti come la gioia, la rabbia, la tristezza o la curiosità. Il trucco utilizzato è quello di mimare il funzionamento della retina umana suddividendo l’immagine in piccole celle, che vengono poi esaminate per individuarne i cambiamenti. I problemi da risolvere riguardano ancora, però, la capacità del computer di seguire i movimenti di un volto in una situazione comune e quindi in presenza di elementi di disturbo. Inoltre, non hanno la capacità di migliorarsi, in quanto non esiste un ‘’circuito di controllo ‘’ delle sensazioni. Per comprendere prendiamo ad esempio il caso patologico detto ‘’ sindrome frontale’’: un essere umano che sia in grado di superare brillantemente prove di intelligenza senza provare alcun tipo di emozione viene imputato ad una condizione patologica chiamata, appunto, sindrome frontale. Egli basa le sue scelte esclusivamente su basi logiche, senza emotività. Prendono decisioni che non possono essere considerate intelligenti. Infatti, solitamente dopo una determinata azione logica se non si ottiene il risultato atteso, cercheremo un’altra soluzione; ma questo non avviene nel malato di “sindrome frontale”, che ripeterà continuamente ciò che gli sembra logico, anche se i risultati sono sempre e palesemente disastrosi. Non hanno quindi la capacità di affinarsi.

 Naturalmente, come per ogni scoperta tecnologica, sono già stati previsti gli usi e le applicazioni in vari campi: si prevedono applicazioni nel campo della medicina dove la capacità di riconoscere gli stati d’animo degli uomini potrebbe essere fruttuosamente applicata alla diagnosi di alcune patologie, nell’ambito dell’insegnamento a distanza adeguando il metodo d’insegnamento per ogni allievo a seconda delle sue risposte emotive. E quello dell’interazione con oggetti d’uso quotidiano: dal giocattolo che si accorge della tristezza del bambino e lo invita a giocare, all’automobile che suggerisce al guidatore stanco di accostare e riposarsi.

Con questo capiamo bene di quanto ci sia l’effettiva possibilità per una “macchina “di riconoscere ed interpretare correttamente determinate emozioni umane e rispondere. Una curiosità a questo punto sorge spontanea; tali macchine, saranno un giorno, in grado di replicare perfettamente i processi cognitivi umani? Se la risposta fosse sì, è ben percepibile la confusione che creerebbe sconfinare il limite tra emozioni reali e quelle artificiali. La domanda successiva è: emozioni e sentimento, necessitano forzatamente di una “mente biologica”, oppure no? Ricordiamo, cosa sono le emozioni? Come concluso nel primo capitolo sono degli stati mentali, che portano a delle manifestazioni corporee, ma non è detto, in quanto taluni individui interiorizzano tali stati mentali, e dunque possiamo comprenderne la loro esistenza soltanto attraverso una comunicazione verbale con il soggetto interessato. Ma uno stato mentale possiamo però definirlo attraverso la tipologia delle onde cerebrali emesse in un dato istante (come visto nel capitolo: memoria emozionale) e delle aree del cervello interessate durante tale processo cognitivo. Si tratta dunque di rilevare determinate onde elettromagnetiche e di determinare alcune aree del nostro cervello chiamate in causa durante uno specifico evento preso in esame (un gesto d’affetto, un grido di gioia…). A questo punto sorge spontanea una riflessione; se le onde elettromagnetiche emesse da un apparato tecnologico di natura inorganica, fossero della stessa natura (stessa frequenza e lunghezza d’onda) di quelle emesse da un cervello umano (quindi da un substrato biologico); in che modo potremmo accorgerci della differenza?

Se un giorno scoprissimo che amore e sentimento sono dei principi universali legati a qualsiasi “entità pensante” dell’Universo (sia essa di natura biologica o meno)? Sicuramente, l’attesa porterà risposte.  Siamo consapevoli che Robot dall’intelligenza superiore aumenterebbero la quantità di Informazione a disposizione di una civiltà ben al di là di quanto potrebbero fare i soli sforzi dei creatori. Noi esseri umani non dovremmo avere paura dei nostri discendenti robot più di quanto ne abbiamo di quelli fatti di carne e sangue.


[1] Rosalind Picard, direttore del gruppo di “Calcolo Affettivo” (Affecting Computing Research) del MIT

[2] Sara Sesti, Marian Bartlett

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